Nel 1996 capire cosa diceva una canzone era un lavoro. Se il libretto del cd non riportava i testi, o li riportava in un corpo di caratteri illeggibile, restavano tre strade: riavvolgere il nastro venti volte, chiedere a qualcuno che ne sapeva più di te, oppure rinunciare. Poi è arrivata la rete, e per una generazione intera il modo normale di avvicinarsi a un disco è diventato questo: cercare il titolo, aprire una pagina, leggere le parole mentre partiva la traccia. Le visite raccolte su Anime Salve tra il 2005 e il 2017 sono la traccia di quel gesto. E raccontano una cosa che non ci si aspetterebbe da un disco così: al primo posto non c’è il brano più famoso, ma quello in dialetto genovese.

Un archivio di parole cercate, non di ascolti

Vale la pena fissare la differenza, perché cambia tutto. Una classifica di ascolti dice cosa la gente metteva su. Una classifica di testi consultati dice cosa la gente non riusciva a decifrare da sola, o voleva rileggere con calma, o addirittura stampare per portarsi dietro il foglio. È un indicatore di attrito, non di gradimento. Per un disco come Anime Salve — che alterna italiano, genovese e un lessico che pesca in mondi lontani dalla canzone italiana media — quell’attrito è altissimo. Non stupisce che l’archivio ne conservi tante tracce; stupisce come sono distribuite.

Ecco l’ordine reale delle consultazioni sulle nove tracce di Anime Salve:

  1. A Cumba — 559 visite
  2. Anime Salve — 556
  3. Disamistade — 401
  4. Princesa — 267
  5. Ho Visto Nina Volare — 243
  6. Le Acciughe Fanno Il Pallone — 198
  7. Smisurata Preghiera — 167
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Il genovese in testa alla lista

A Cumba è un dialogo cantato in genovese: due voci che si rispondono, un registro comico e rituale che arriva da un mondo di osterie e di famiglie. Per chi non è ligure, è materialmente incomprensibile a orecchio. Ed è proprio per questo che sta in cima: chi la ascoltava andava a cercare le parole perché non aveva alternative. La stessa logica spiega il sesto posto di Le Acciughe Fanno Il Pallone, un altro pezzo di mare e di dialetto interiore, e il terzo di Disamistade, dove il titolo stesso è una parola sarda — l’inimicizia che si tramanda tra due famiglie — che nessun dizionario domestico avrebbe risolto.

C’è un dettaglio che rende questa graduatoria quasi commovente nella sua simmetria: 559 contro 556. La title track stacca il brano in genovese di tre visite in più di dieci anni. È come se il pubblico si fosse diviso esattamente a metà tra chi cercava il cuore concettuale del disco e chi cercava semplicemente una traduzione.

Cosa è, questo disco

Anime Salve esce nel 1996 e resta l’ultimo album di inediti pubblicato da Fabrizio De André, che muore all’inizio del 1999. Non è un testamento nel senso enfatico del termine — nessuno lo aveva progettato come tale — ma è indubbiamente un punto d’arrivo. Il tema, dichiarato dall’autore, è la solitudine: non quella malinconica delle canzoni d’amore, ma quella di chi sta fuori dal gruppo per scelta, per nascita o per condanna sociale. Princesa racconta la vicenda di una transessuale brasiliana. Khorakhanè guarda al popolo rom. Dolcenera torna sull’alluvione che devastò Genova nel 1970, incrociando la catastrofe con una storia privata.

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Musicalmente il disco è una mappa del Mediterraneo e di quello che ci sta intorno: strumenti acustici, ritmi che vengono da sud e da est, arrangiamenti che tengono insieme cantautorato italiano e world music senza mai suonare come una citazione turistica. Smisurata Preghiera, che chiude, nasce dalla frequentazione della letteratura latinoamericana ed è la cosa più vicina a un inno che De André abbia scritto per gli sconfitti.

Le canzoni più cercate di questo album non sono le più belle: sono quelle che nessuno riusciva a capire da solo. La classifica misura la distanza tra chi ascolta e chi canta.

Il buco nella lista

Due titoli restano fuori: Khorakhanè e Dolcenera non registrano visite. Ed è il dato più strano di tutta la pagina, perché sono probabilmente i due brani più noti dell’album, quelli che sono entrati nelle antologie e nei discorsi pubblici su De André. La spiegazione plausibile ha meno a che fare con il gusto che con la tastiera: nel decennio in cui si digitava a mano una parola nella barra di ricerca, un titolo con l’accento finale e una grafia inconsueta veniva sbagliato quasi sempre, e chi sbagliava finiva altrove. Sono i limiti fisici di un’epoca in cui la ricerca non correggeva nulla e non suggeriva niente: se non scrivevi giusto, non trovavi. Oggi basta canticchiare tre secondi a un telefono.

Curiosità: il titolo dell’album gioca su un significato arcaico dell’aggettivo. “Salve” non vale solo come “salvate”: nell’accezione antica indica ciò che è intero, integro, e per estensione solo. Anime salve sono anime solitarie — la chiave con cui De André ha spiegato pubblicamente il senso della raccolta.

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Perché riascoltarlo adesso

Trent’anni dopo, la parte del disco che sembrava più esotica è quella diventata più attuale. I temi che nel 1996 apparivano marginali — chi migra, chi vive ai bordi di una lingua, chi non rientra in una categoria — sono oggi il centro del dibattito quotidiano, spesso trattati con una brutalità che rende l’ascolto di Princesa o di Khorakhanè un’esperienza diversa da quella di allora. La grande differenza è il tono: qui non c’è nessuna pedagogia, nessuna spiegazione al lettore. Ci sono persone che parlano in prima persona, e il resto è mestiere.

C’è poi un motivo tecnico. Un disco costruito su nove tracce che si tengono per mano — dal dialogo comico in genovese alla preghiera finale — è esattamente ciò che l’ascolto a shuffle distrugge. Riascoltarlo in ordine, dall’inizio alla fine, restituisce una forma che le playlist hanno smontato pezzo per pezzo. Ed è un esercizio che richiede quaranta minuti e nessuna competenza particolare.

La pagina dedicata a Anime Salve conserva l’elenco completo delle nove tracce nell’ordine originale, così come era stato inserito quando cercare un testo era ancora una piccola impresa. Da lì si arriva alla discografia di Fabrizio De André, dove lo stesso confronto tra brani celebri e brani consultati produce sorprese in quasi ogni album.