C’è una ragione precisa per cui Cirano torna in mente ogni volta che si parla di potere, arrivismo e ipocrisia: Guccini non scrive una canzone d’epoca, scrive un atto d’accusa che funziona ancora perché i bersagli non sono mai spariti. Politici, conduttori televisivi, preti, materialisti, poeti da salotto: la galleria di personaggi che sfilano nel testo è la stessa, con nomi diversi, di ogni epoca successiva al 1996. Guccini prende in prestito la maschera di Cirano de Bergerac, il naso enorme e la spada pronta, per raccontare un uomo che si difende dal mondo con l’intelligenza tagliente perché non ha altre armi, e dietro la rabbia nasconde una fragilità che è il vero cuore della canzone.
Un classico che non ha perso il bersaglio
Il motivo per cui il brano resiste è tutto nella sua struttura: un’invettiva che si allarga a cerchi concentrici. Prima i vanesi e i cantanti senza sostanza, poi i politici e i “portaborse”, poi i conduttori televisivi che fanno “del qualunquismo un’arte”, infine preti e materialisti, accusati insieme di aver tradito ogni forma di verità. È un catalogo di categorie sociali che Guccini smonta una per una, senza distinzioni ideologiche: liberisti e uomini di chiesa finiscono nello stesso mirino. Quando scrive «al fin della licenza / io non perdono e tocco», ripetuto come un ritornello di sfida, sta dichiarando un metodo: non c’è tregua, non c’è cortesia diplomatica, solo il colpo di fioretto verbale.
Dietro la rabbia, la solitudine
Il capolavoro del testo sta nel ribaltamento finale. Tutta l’aggressività dei primi minuti crolla quando Cirano resta solo con il proprio naso e la propria bruttezza, e ammette che gli è “quasi proibito il sogno di un amore”. Qui la canzone smette di essere satira sociale e diventa confessione. Guccini fa dire al suo personaggio «perché rossana è bella, / siamo così diversi»: la distanza non è più tra lui e i furbi del mondo, ma tra lui e la donna che ama, troppo diverso per corteggiarla se non attraverso i versi. È il cuore drammaturgico dell’opera teatrale di Rostand trasferito di peso nella canzone: l’eloquenza come unica arma contro un difetto fisico e contro l’inadeguatezza sentimentale.
Testo e musica: la genesi di un personaggio
Cirano appare nell’album D’Amore Di Morte E Di Altre Sciocchezze, pubblicato nel 1996, un disco che nel titolo stesso dichiara i tre grandi temi guccinliani: sentimento, finitudine, ironia verso tutto il resto. Il brano riprende esplicitamente la figura di Cirano de Bergerac, il personaggio letterario reso celebre dal dramma di Edmond Rostand, e ne fa un alter ego perfetto per il cantautore emiliano: uno che sa usare le parole come spade, che disprezza la mediocrità e che, sotto la corazza polemica, custodisce un’inguaribile malinconia sentimentale. La scelta di questa maschera permette a Guccini di parlare in prima persona di temi civili senza cadere nel pamphlet, perché tutto passa attraverso un personaggio, con la sua voce, il suo orgoglio ferito, il suo umorismo amaro.
Perché continua a parlarci
L’eredità di questa canzone sta nella sua capacità di restare attuale senza bisogno di aggiornamenti. Le categorie che Guccini mette alla gogna — il conformismo mascherato da libertà, il potere che scarica sempre i costi sugli altri, la superficialità che vende sicurezze in cambio di consenso — non sono invecchiate. Ogni generazione di ascoltatori ci ritrova bersagli nuovi negli stessi versi vecchi. E la parte finale, quella dell’amore dichiarato senza vergogna a Rossana, resta uno dei momenti più toccanti della scrittura guccinliana proprio perché arriva dopo tanta durezza: la tenerezza sembra più vera quando irrompe a sorpresa in mezzo alla rabbia.
Sotto l’invettiva contro il mondo si nasconde la confessione di un uomo che sa combattere tutti tranne la propria solitudine.
Titolo: Cirano
Artista: Francesco Guccini
Album: D’Amore Di Morte E Di Altre Sciocchezze
Anno: 1996
Per i dati del brano puoi vedere la scheda di Cirano, e da lì si arriva anche alla pagina di Francesco Guccini.